Agorà IRC
Ogni sabato gli ebrei restituiscono il mondo a Dio, per così dire, proclamando
così che l’uomo gode solo di un’autorità concessagli dal Creatore, fonte di ogni
potere. Ovviamente i tempi moderni hanno portato i rabbini a sviluppare
ulteriormente la riflessione individuando, secondo il criterio dell’analogia,
ulteriori attività umane paragonabili a quelle espressamente vietate nel testo
biblico o nel Talmud, tanto da arrivare ad includere l’uso dei dispositivi
elettronici e dei mezzi di trasporto, che, se usati di sabato, Dopo aver
inaugurato la nostra rubrica dedicata all’analisi delle Schede sull’ebraismo
elaborate congiuntamente da CEI e UCEI occupandoci della scheda dedicata
alla Torah, volgiamo adesso il nostro sguardo a quella relativa alle feste
ebraiche. Data la vastità del tema, dovremo necessariamente dividere la
trattazione in due articoli separati.
Le feste del calendario ebraico possono essere suddivise in due categorie
principali, ciascuna delle quali può essere ulteriormente suddivisa: quelle
comandate dalla Torah e quelle, invece, posteriori. Le feste prescritte dalla
Torah sono: lo Shabbat; le tre feste di pellegrinaggio, ovvero Pasqua (Pesaḥ),
Pentecoste (Shavu’ot) e Festa delle Capanne (Sukkot); il Capodanno (Rosh ha-
Shanah) e il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur); il primo giorno del mese
lunare (Rosh Ḥodesh).
Le altre ricorrenze, a volte menzionate nel testo biblico, sono di origine
rabbinica. Le principali sono: Purim, Ḥanukkah, Lag ba-Omer, Tishah Be-Av, Tu
bi-Shvat. Infine alcuni giorni festivi aggiunti in tempi moderni per celebrare
eventi storici di particolare rilevanza per il popolo ebraico di tutto il mondo, sia
in Israele che in Diaspora che, per brevità, non riportiamo analiticamente.
Va sempre tenuta in debita considerazione la dimensione del tutto originale del
tempo, quale emerge dal testo biblico come frutto dell’esperienza storica
vissuta dal popolo d’Israele. In questo primo articolo ci soffermeremo
unicamente sulla festa di Shabbat per ovvi limiti di spazi editoriali. Dobbiamo
partire dal comprendere la duplice la motivazione con la quale viene prescritta
l’osservanza del Sabato, Shabbat, settimo giorno della settimana, come
ricorrenza settimanale durante la quale è prescritta la cessazione da vari tipi di
attività. In Es 20,11 si giustifica tale festa in quanto volta a celebrare Dio come
Creatore e riconoscerne di conseguenza la somma autorità, mentre in Dt 5,15 il
ricordo della schiavitù in Egitto diventa motivo di obbligo al riposo per tutti, in
particolar modo per i più fragili all’interno della società. In numerosi passi della
Scrittura, comunque, viene ripreso il precetto sabbatico, tanto nella Torah
quanto nella letteratura successiva, a dimostrazione della sua centralità per il
popolo d’Israele, in quanto finisce anche per essere segno tangibile
dell’alleanza con Dio (cfr. Es 31, 13-14).
La sua etimologia risale al verbo sh-b-t, “cessare”, utilizzato in Gen 2,2-3 per
indicare che Dio aveva scelto di cessare dalla sua opera creativa portata
avanti nei sei giorni precedenti. Esso inizia poco prima del tramonto del venerdì
sera e termina il sabato sera, con l’apparizione della terza stella nel cielo,
perché nel calendario ebraico luni-solare i giorni vengono calcolati dal
tramonto al tramonto, i mesi, invece, in base alla luna e, infine, gli anni in base
al sole. Come già chiarito lo scorso mese, la Torah orale è imprescindibile per la
vita e la legislazione ebraiche, pertanto frequenti sono anche le trattazioni
rabbiniche dello Shabbat, relative soprattutto a quali categorie lavorative
debbano risultare proibite per rispettarne la piena osservanza, posto che il
termine adoperato nella Torah a tal proposito è melakhah, traducibile con
qualsiasi forma di attività creativa piuttosto che con lavoro.
n. 2, febbraio 2026
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